...fermiamoci ad osservare

mercoledì 20 aprile 2011

Regia di un omicidio


Lo guardo. I suoi occhi sono terrorizzati. Mi fissano affogando in un mare di sale che sgorga triste e senza speranza, aspettando il suo momento. Quando verrà, il suo mare si fermerà; niente più onde nei suoi occhi, niente più risacche, niente più pesci e niente più navi, niente mulinelli, niente surfisti, niente piogge invernali e tepori estivi. Niente più. La vita, quella che lui conosce perderà di significato, di forma e di sostanza, celandosi dietro un turbine di sofferenza e agonia, prima di sparire del tutto. Prima di sparire nel Nulla. Nel mio Nulla.
Le ciglia lunghe e definite, per niente virili già di natura, tremano ora come bambine a cui è stato portato via il giochino stupido. Le palpebre stanche e infiammate per il troppo sale a cui sono esposte da lungo tempo, sbattono ripetutamente su e giù ricordando vecchie danze popolari dal ritmo sfrenato e divertente. La sensazione più forte che mi trasmettono però, non mi piace, mi infastidisce. Quel movimento perpetuo, ripetuto all’infinito riporta alla mia mente l’immagine di una macchina fotografica in mano a un reporter ingordo, che mi fissa e che mi spia. L’otturatore sale e scende, sale e scende, sale e scende in un moto continuo e tempestoso, scattandomi migliaia di scomode fotografie e ad ogni clic, ad ogni scatto, ad ogni apri e chiudi di quei maledetti occhi che mi implorano inutilmente pietà, un piccolo getto salato schizza sulla mia camicia nuova, rendendola umida e sporca della sua misera esistenza; e mi da tremendamente fastidio. Ma presto, questa sensazione cesserà. Io lo so e lui lo sa; e ne ha una paura fottuta. Io invece… io godo.
Il rumore della pioggia, fuori, cade senza freni sui tetti delle macchine, sui cassonetti dell’immondizia, sulle pozze che già si sono create per la strada. E’ musica dolce e soave per le mie orecchie; mi rilassa; mi fa apprezzare ancor di più, se possibile, questo momento già magico, con in pugno la mia pistola, col sorriso stampato sulla faccia, col potere nelle dita, nel grilletto.
  “Ti prego” mi dice, “Ti prego non mi uccidere”. Dio…che risate. Che gioia. Che sensazione di assoluto potere e dominio, tenere nelle proprie mani la vita di una persona qualunque, di uno sconosciuto e guardarlo mentre aspetta il mio gesto, la mia decisione, la mia fatalità. Osservarlo sudare e piangere e gridare e implorare e mordersi le labbra secche e bere le proprie lacrime salate, zuppe di vergogna.
  “Non uccidermi, ti prego”, gli ripeto con voce stridula, incrociando le braccia sul petto e stringendo le gambe come se fossi stato catapultato per un attimo nella vita di un bambino che cerca invano di trattenere una pipì che non vuole saperne di restare rinchiusa. La mia faccia si deforma in un’espressione di sarcasmo che farebbe infuriare chiunque, mentre lo guardo piangere e disperare in ginocchio davanti a me, con le mani legate dietro la schiena, il mento alto e lo sguardo fisso sui miei occhi.
  “Zitto!” gli dico digrignando i denti. Voglio godermi il momento in santa pace. “Sta zitto cane schifoso”. E lui lo fa; singhiozza in silenzio, piange in silenzio, prega in silenzio. Socchiudo gli occhi e lascio ampio spazio agli altri sensi. L’aria è calda qui dentro, soprattutto vicino a lui, che suda come stesse affrontando la corsa più faticosa di tutta la sua vita; posso percepire le particelle dei suoi liquidi terrorizzati, sulla mia pelle. Posso sentirne l’odore nauseante filtrarmi rapido nelle narici per infastidire il mio cervello che, però, invece di sentirsi disturbato, ne trae piacere e soddisfazione.
L’aria comincia a farsi pesante nella stanza piccola di questo schifosissimo motel; i vetri si appannano dal basso verso l’alto, facendo condensa tra pioggia e respiri affannosi. I miei polpastrelli poggiano felici sul calcio della pistola mentre il grilletto, fermo e freddo, sembra dialogare allegramente col mio dito indice, che aspetta ansioso il momento decisivo; il momento più bello di questa grigia giornata. Il suo momento.
Apro gli occhi e li lascio cadere dolcemente nei suoi, fradici di tristezza e di rimpianti. Occhi, quelli che osservo ora, i quali maledicono il giorno in cui hanno visto; in cui si sono fatti troppo, troppo curiosi, immischiandosi in affari di persone con cui non avrebbero mai dovuto avere a che fare, per nessuna ragione al mondo. Osservo lacrime che mai più vedrò in vita mia, seguire tristi il percorso gravitazionale che porta dritto al pavimento, alla terra; sotto terra.   Polvere alla polvere, cenere alla cenere.
Una sorta di malessere mi aggredisce la mente, ora che so che tutto questo sta per finire; ora che sto per premere il grilletto e porre fine ad una vita. Ad un’altra vita. E così porre fine anche a questo gioco.
Cinque minuti. Solo cinque minuti mi sono concessi dal momento in cui vedo per la prima volta il mio cliente, all’istante in cui decido del suo destino, lasciando cadere la mia ghigliottina polverosa sul collo della sua anima inquieta. Minuti in cui mi sento un Dio, in cui sento la vita, la vera vita piena, scorrere nelle mie vene, partendo dal cuore per arrivare in ogni punto del corpo, prima di fermarsi in quell’angolo nascosto del cervello, che assimila ed identifica il piacere; quella stessa zona stimolata durante un rapporto sessuale e che ti fa godere, lasciando travolgere la propria essenza da sensazioni impagabili, ogni volta con un sapore diverso.
È il momento. Carico il tamburo. La mia mano è ferma e decisa, ansiosa.
  “Hai delle preghiere? Dille”.
La sua voce è tremante, stridula, rotta in fondo alla gola.
  “Ti prego. Ti supplico, io… io non dirò nulla. Io… sparirò lo giuro. E… e non sentirete più parlare di me. Mai più”. Sembra un bambino disperato per il dolore dei dentini che crescono di notte, e insieme un maiale, che strilla grugniti prima di andare al macello, come se sapesse di che morte dovrà morire.
  “Andiamo amico… non ho famiglia… posso sparire… posso… andrò via, lo giuro”.
Non hai famiglia, penso,  meglio così; nessuno rimpiangerà la tua morte. In fondo… amico… sei fortunato.
Una luce soffusa, ma brillante, entra furtiva dalla finestra ad illuminare il suo volto che, ora, sembra più vecchio di vent’anni. Cosa darebbe quest’uomo, adesso, per un sorriso sincero ed un abbraccio? La vita, forse? Si, ne sono certo; la darebbe e la darà. La darà a me e io la prenderò, come faccio sempre.
Allargo le labbra, mostrando felice gli incisivi e dedico a quest’uomo distrutto dal dolore, quattro secondi della mia più sincera gioia e, allo stesso tempo, quattro secondi di pura illusione e falsa speranza. Mi ricambia il sorriso con occhi gonfi e rossi e pieni di onde, navi, pesci, mulinelli, piogge invernali e tepori estivi e, in questo istante, mi accorgo del colore delle sue iridi stanche; azzurre. Azzurre come il mare. Come l’oceano.
  “Mi dispiace. Niente abbraccio”. Premo il grilletto. Il proiettile fugge via dal silenziatore, rapido e determinato. Il cranio si apre. Le lacrime scendono rosse sul viso, che crolla a terra, seguito dal resto del corpo, senza vita… senza onde… sena risacche.
Metto via la pistola calda, ancora fumante; lo guardo un’ultima volta, riverso con la faccia a terra e gli occhi fissi sul pavimento e il sangue, il suo stesso sangue, che gli fa da cuscino, su un letto scomodo, che non sarà l’ultimo. Mi accendo una sigaretta mentre i fari di una macchina in strada mi illuminano il volto e mi riportano alla realtà, ricordandomi tristemente che i cinque minuti di piacere sono terminati; ho avuto il mio orgasmo. Ora, non mi resta che andare, gustandomi la fumata.
Apro la porta della stanza numero 7 del motel. La richiudo alle mie spalle. Faccio tre passi. La pioggia mi bagna il volto scendendo veloce dentro la camicia sbottonata. La luce cade dritta sulla mia figura. L’atmosfera è perfetta. Guardo davanti a me. La mia donna mi osserva innamorata più che mai e commossa. Ammiro l’orizzonte, le luci della città. Aspiro l’ultima boccata calda di tabacco. Getto il mozzicone a terra, che si spegne sotto le gocce di pioggia artificiale. Sputo fuori il fumo e resto immobile.
  “Eeeee… stop!”
Lei mi applaude felice. Il regista osserva e riosserva i monitor. Il mio collega, morto con un buco in fronte, si alza, apre la porta, mi raggiunge e mi posa una mano sulla spalla.
  “Sei stato grande”, dice “Davvero”.
  “Si. Anche tu”. Ci guardiamo sorridendo. Ci abbracciamo. Ci incamminiamo verso la troupe e mentre gli applausi sinceri dei collaboratori allietano i nostri timpani, l’aiuto regista preme il pulsante magico, la macchina si spegne e sulle nostre teste, smette di piovere.

lunedì 21 marzo 2011

Casa, telefono casa


Oggi c’è il sole; è una giornata come un’altra, in apparenza, meravigliosa sì, ma comune. Il vento è caldo e gli alberi nei boschi cantano le loro strofe tra il chiaro e lo scuro. Ma qualcosa sta per cambiare, per sempre! La mia vita sta per cambiare; una svolta stravolgente; un incontro stratosferico; una botta sul coppino che ti ricordi per tutta la vita! Qualcuno sta per piovere dal cielo, dallo spazio infinito; sì come una goccia da una nuvola, leggera e precisa nella traiettoria, sublime, fantastica, ammaliante, eccitante. Un’avventura alla Steven Spielberg, il re della fantascienza!
È ormai sera e lui è arrivato; è a casa di Elliot e Gertie; quant’è bella Gertie, anche se in versione ufficiale Drew, è davvero insuperabile.. tipo il tonno!! la mia Gertie meravigliosa, la sposerei subito se non fossi ancora soltanto un bambino, ma lei comunque, nella vita, ha altri progetti, grandi progetti; Hollywood l’aspetta. Ha soli 7 anni adesso, ma presto farà scintille!! ma stasera, qui, in questa stanza, il protagonista è un altro; è bellissimo anche lui, da un certo punto di vista, con quel suo collo rugoso e allungabile tipo Denver, quegli occhioni giganti che ricordano tanto due tartarughe spaziali e quel dito magico che s’illumina di rosso. Arrivo e lo trovo lì, alto quanto me, o meglio, basso quanto me!!quello sguardo magnetico che è un mix tra il poeta Carl Sanduberg, il mitico Albert Einstein e l’enigmatico Hemingway…brrrrr. Sta facendo volare in aria ogni oggetto solo per farci capire che lui viene dallo spazio, cerca di rappresentare la sua galassia e cavolo, ci riesce da dio!!
“Extra terrestre, portami via, voglio tornare indietro a casa mia..”. Già, vienimi a pigliare E.T., portami sulle nuvole con la bicicletta come fai con Elliot, fammi vedere il tuo cuore rosso che pulsa attraverso il verde della muta di Rambaldi, fammi vivere avventure fantastiche superando le leggi della natura, proprio come nel film; addormentati accanto a me e risvegliami con una magia; svegliami con una prodezza, svegliami…svegliami… “Sveglia… dormiglione. Dai che devi andare a scuola. Basta sognare tesoro, su, è ora!!”.
Già, basta sognare; qui non siamo a Hollywood!! Milano mi attende, la scuola mi attende; però sono felice, il film di ieri sera al cinema, mi è piaciuto da impazzire!!  Quante emozioni incredibili ho vissuto…e poi…e poi mi sono innamorato!!!
E allora… al prossimo film Drew…e al prossimo sogno, misterioso omino verde.

“Io sarò sempre qui, Elliot!!”.

giovedì 10 marzo 2011

A piedi nudi sulle strade della follia

Direttamente dal concorso di scrittura creativa Contest su fb...la sceneggiatura di una storia ancora da scrivere!!!


A piedi nudi sulle strade della follia                                                                    
Scena 1. Interno. Notte. Appartamento di Toby. Campo largo.
Toby il matto prepara il tè.
La Macchina Da Presa si avvicina lentamente al protagonista. Si notano i capelli lunghi e sfatti come fossero unti di chissà quale sostanza schifosa. Pantaloni sporchi e rotti e rossi sovrastano lo schermo come un pugno nel bianco immacolato della stanza. La pentola con l’acqua brucia. Il tè è dimenticato al suo destino.
Toby il matto dipinge un quadro.
La MDP zumma sulle mani di Toby. Tremano. Sporche di pittura. Ancora fresca. Dettaglio di un pennello macchiato di rosso sangue argentino. Si sente un urlo in lontananza, fuori dalla finestra. Qualcuno sta morendo.
Toby il matto vede il futuro. Toby il matto dipinge il futuro.
Scena 2. Interno. Notte. Appartamento di Toby.
Primo piano del volto sterile e scialbo di Toby; sguardo fisso sul quadro; occhi sbarrati, persi in un vuoto che puzza di tristezza, di malinconia, di cattiva luce premonitiva..
Dettaglio degli occhi di Toby, spaventati, come quando da bambino si rannicchia sotto le coperte per sfuggire alla malignità della capra cattiva che abita il suo armadio a due ante. Sei come me, dice la capra barbuta. Sei come me!
Toby il matto vuole vendetta.
Scena 3. Interno. Notte. Appartamento di Toby.
Controcampo sul collo del protagonista. Vediamo una cicatrice lunga nove centimetri partire dall’orecchio e terminare la sua folle corsa pugnale cattivo ti rubo tutto se non mi dai i soldi piccolo pazzo bastardo, proprio sulla gola, accanto al gargarozzo. La MDP scende lenta ad inquadrare il tavolo da lavoro. Una tazza da tè vuota. Una fetta di limone trapassata da una lama. Un accendino. Un pacchetto di Marlboro. Rosso fuoco. Una tela. Un pennello. Un solo colore. Rosso sangue. In alto a destra, accanto al coltello, un libro. Cronaca di una morte annunciata. G.G. Marquez.
La MDP continua la sua traiettoria in rotazione tornando di fronte a Toby che ora…
Inquadratura di una mano che tocca il quadro ancora fresco. Mischia il colore. Prende forma una sagoma. Donna. Bellissima. Urla. Terrore. Impotenza. Fragilità.
Toby il matto è in stato di trance.
L’inquadratura si alza a godere di due occhi totalmente bianchi, con una leggera sfumatura di blu, spalancati sul mare d’agosto in un sogno che non durerà a lungo.
Scena 4. Interno. Notte. Appartamento di Toby
Dettaglio della bocca urlante della donna nel quadro incompleto. Dentro. Una nave. Una sirena. Una fiamma esplosiva. Ci spostiamo con la macchina da presa a seguire le forme di quest’essere in pericolo sulla tela. Ci soffermiamo sul ventre. Gonfio. Incinta. In attesa. Di essere salvati.
Toby il matto ama gli eroi.
Inquadratura dal soffitto. Il nostro eroe pazzo alza la testa verso di noi che lo osserviamo in silenzio, intimoriti forse, di certo curiosi ed impazienti. Apre la bocca. Strilla. Come una femminuccia direbbe suo padre. Come una femminuccia. Le braccia aperte come ad abbracciare il sole che brucia ma che rende la vita. Come ad abbracciare il diavolo che abbraccia il sole che abbraccia Toby che abbraccia noi. Uno spettatore in sesta fila guarda lo schermo e sorride.
Stacco.
Scena 5. Esterno. Notte. Vicolo cieco.
Vediamo Toby il matto camminare lentamente verso il nulla che se ci fossimo noi in quel nulla non saremmo affatto il nulla, forse. Ma lui cammina. Lui è tutto. Lui è in trance. La testa bassa a fissare le viscere della terra sporca e grassa e maldestra.
Primo piano dei piedi nudi di Toby che scivolano silenziosi verso la redenzione. Verso la salvezza. La sua. E della donna che urla dal quadro. Riusciamo ancora a sentirla. Non far del male al mio bambino dice. Non far del male…
I passi si congelano. Le unghie sono sporche. Grasso vernice terra follia.
Stacco.
Inquadratura ad infrarossi. Tre sagome. Una gonfia. Due sottili. Lottano. Urlano. Vincono. Perdono.
Tre corpi in movimento verso la libertà dell’individuo e verso la sottomissione dello stesso. Indifferentemente. Nobile la causa. Triste la causa. Giusta la causa. Errata la causa.
Scena 6. Esterno. Notte. Vicolo miope.
Inquadratura di una fanciulla indifesa difesa da un matto contro un altro matto.
Dettaglio di un matto a terra. Morto crediamo. Forse lo desideriamo.
Dettaglio di un matto in piedi. Forte. Senza fiato. Vincitore.
Dettaglio di un bambino che verrà e che gioirà e che salterà e che giocherà e che amerà. Amerà.
Stacco. Scena 7. Ultima. Esterno. Notte. Vicolo dieci decimi.
Inquadratura di una canzone portata dal vento. Zummata su quell’alito che sa di speranza, sa di pace e di tranquillità. Mina: “Sei un pazzo l’ha detto il dottore che non posso pensare più a te e che devo cambiare ossessione per salvare il salvabile, me.”

domenica 6 marzo 2011

Pensieri scorrono


                                   
Oggi c’è il sole fuori. È caldo. Per la prima volta dopo tanto tempo. Mi affaccio al balcone per goderne un attimo. Chiudo gli occhi. Che meraviglia. La mia pelle gode e ringrazia, il mio cervello gode e ringrazia, la mia anima gode e ringrazia.
Sento una campana suonare le 16 zero zero al centro della piazza del mio paesino di campagna. Gli uccellini cantano e i bambini gridano felici.
E allora penso, istintivamente; immagino. C’è una campana che suona in piazza; aziono la videocamera del mio cervello, mi avvicino alla fonte di quel suono; faccio uno zoom. La vedo muoversi avanti e indietro. Ad ogni confine del tracciato segna un rintocco. Il movimento è blando, sembra che balli vero? Sì, sembra che stia ballando. Ok, allora la campana balla. Il ballo mi riporta spontaneamente alla figura di una donna; la donna è sensualità. La campana è sensuale. La campana balla sensuale. E dove lo fa? Dove balla la campana? Diversamente dalla donna che balla su di un palco, lei danza su un campanile; e com’è fatto un campanile? Può sembrare una finestra? O una porta? O un balcone? Sì, può. E quegli spazi tra le quattro colonne che sono la nostra porta/finestra/balcone a che servono? Qual è la loro specifica azione? Fanno passare aria per diffondere il suono! Giusto! E se passa aria in una finestra io maledico o santifico gli spifferi. E quindi la campana balla sensuale tra gli spifferi di un campanile. E che succede se allontano la videocamera? Da una distanza maggiore percepisco meglio il movimento; posso vedere bene la forma della campana, è rotondeggiante; è morbida nei lineamenti. Mi ricorda la passerella di una donna formosa e seducente che mostra con arte e furbizia le sue doti femminili. E allora la campana che fa? Balla sensuale tra gli spifferi di un campanile, mostrando con arte la movenza seducente delle sue curve. Sì mi piace scena.
E mentre visualizzo tutto questo, il sole è sempre lì che mi scalda; ma il sole non è solo calore. Il sole è energia, è vita, è potenza. Un’energia è libera di viaggiare nello spazio e di assumere varie forme. Quindi il sole può fare altro oltre a scaldare, lo posso vedere come forma fisica tangibile volendo usare l’immaginazione. E quando mi scalda il sole che fa? Mi tocca! Tocca tutto il mio corpo. Potrei dire quasi che lo sento rotolare dal viso fino ai piedi. Sì, allora il sole rotola sulla mia pelle. Se rotola è rotondo, rotondo come una bolla, magari una bolla d’acqua che rigenera. Acqua fresca d’estate sulla pelle. Acqua con le bolle, acqua gassata di una bottiglia. Io la verso e lei che fa? Lei scoppietta sul bicchiere. Mi piace. Quindi il sole rotola sulla mia pelle scoppiettando come bolle d’acqua gassata in una bottiglia? Esatto! E poi? La immagino rotolare sulla fronte e a cosa andrà incontro quest’acqua sul mio viso? All’epidermide e ai suoi pori, sì, e che fanno i pori? Si dilatano e si restringono! Già! Si dilatano e cos’altro si dilata e si restringe? Le pupille! Giusto. E quando lo fanno? Lo fanno al buio e alla luce. E se il sole dilata i pori il buio dilata le pupille. Esatto.  E allora l’acqua che rotola tra i pori che fa? Non fa lo slalom come farebbe uno sciatore tra le bandierine? Sì, lo fa! E se guardi la scia sulla neve di uno sciatore che fa lo slalom cosa vedi? Un serpente bianco? Sì! Un serpente! Quindi il sole rotola sulla mia pelle scoppiettando come bolle d’acqua gassata in una bottiglia serpeggiando tra pori che si dilatano imitando le pupille al cospetto del buio. Esatto. Seconda scena.
Serto gli uccellini. Cantano. Si scambiano battute da un albero all’altro come in un coro in chiesa. Quasi un inno. Volano in squadra e si spalleggiano come una famiglia, come fratelli. Potrei quasi dire che il loro sia una specie di inno alla loro stessa fratellanza. Sì, potrei perché no?! Fratellanza, famiglia..amore. L’amore sta nel cuore. L’amore è sacro. Il pettirosso in volo inneggia al sacro cuore della fratellanza. E che fa questo pettirosso in volo? Fa delle piroette magnifiche disegnando forme che sembrano enormi cuori nel cielo blu, o no? Forse è in amore, forse vorrebbe esserlo. Il pettirosso in volo inneggia al sacro cuore della fratellanza piroettando su e giù, in cerca d’amore. Terza scena.
Ma sotto il canto degli uccellini ci sono delle voci, e col solo, le urla in lontananza sono di bambini, puntualmente. Ricordo quando lo ero io. Urlavo mentre giocavo a pallone nei prati. E come giocavo? A piedi nudi, sempre. Il contatto con la terra è importante. E me li vedo correre dietro ad un pallone su di un prato molto verde. E il prato di che è fatto? Di fili d’erba, quelli sottili, che se li strappi e li metti di traverso e ci soffi sopra, fischiano. Lo stesso rumore quasi, fa il vento quando filtra tra di loro rapido e beffardo e allora? E allora..
Piedi nudi di bambini inseguono un pallone tra fili verdi d’erba fischiettante. Sì, ultima scena per oggi.
Non c’è ancora la primavera, ma sembra abbia voglia di unirsi alla festa. E mi vien voglia di scrivere in suo onore.


Primavera.
Chiudo gli occhi; una campana in lontananza balla sensuale tra gli spifferi di un campanile, mostrando con arte la movenza seducente delle sue curve; il sole rotola sulla mia pelle scoppiettando come bolle d’acqua gassata in una bottiglia e serpeggia tra i pori che si dilatano imitando pupille al cospetto del buio. Un pettirosso in volo inneggia al sacro cuore della fratellanza piroettando su e giù, in cerca d’amore. Piedi nudi di bambini inseguono un pallone tra fili verdi d’erba fischiettante.

sabato 5 marzo 2011

Noir... a colori

Per la serie..l'amore, a volte, può uccidere, se vissuto senza rispetto, se farcito di tradimento. Può uccidere se giunge al cartello STOP.


                                                             NOIR… A COLORI


Davanti a me, solo un tavolo, nel vuoto opaco di questa stanza. Poggiata sulla sua superficie ruvida e sporca di residui di cocaina, residui di tristezza, residui di una nottata di merda, lunga, straziante, insonne, maledetta… solo una fotografia; scabrosa, maledetta… come la droga.
Una luce soffusa penetra dagli spiragli della tapparella abbassata, creando un’atmosfera da film noir: surreale; come distratta dalla proiezione di un lungometraggio, entra quasi sorpresa ad illuminare debolmente il tavolino, i piccoli cristalli bianchi di morte da inalare con sarcasmo, una stampa a colori da osservare con odio incalzante e il lato destro del mio volto affranto e drogato, fermo, immobile, con gli occhi rossi e stanchi; le ciglia alte e incollate fra loro, le pupille fisse e dilatate.
L’ansia qui, regna sovrana.
La mia mano destra trema vistosamente nel tenere l’accendino, mentre l’altra penzola mezza morta sul lato sinistro della sedia su cui poggia il mio culo pesante; il pollice scivola lento sulla rotella metallica innescando con fatica la scintilla che, svogliata, fa il suo lavoro e dal piccolo buco dietro essa, fuoriesce il gas puzzolente che prende subito fuoco, illuminandomi il viso e procurandomi un fastidio pungente al cervello; il colore della fiamma è violaceo e la sua consistenza sembra ondeggiare lentamente nell’aria, creando delle serpentine che mi fissano curiose e accusatorie e che forse… forse, mi parlano anche: mi criticano; mi giudicano.
Un monologo di insulti caldi si avvicina lento alle mie labbra bianche e disidratate, divise da una sigaretta spezzata, più bianca che marrone: più coca che tabacco, più veleno che veleno, più morte che morte. La carta tagliata irregolare ed i fili di tabacco strappati con le mani, diventano subito viola e incandescenti ed un fumo blu e denso sale ansioso verso il soffitto, come a cercare libertà, a cercare ossigeno, aria pulita da respirare.
La mano si allunga ad aggiungere l’accendino alla solitudine della foto sul tavolo marrone  Fuoco e fiamme tesoro… fuoco e fiamme , quasi ad assicurarsi che d’ora in poi sia in buona compagnia, o in pessima, mentre i miei polmoni si riempiono, di nuovo, di merda calda che non ho nemmeno la forza di espellere tossendo. Guardo la sigaretta consumarsi veloce sotto la furia dei miei tiri ingordi e lunghi e ripenso alla nottata, alle ore trascorse fino a questo momento, alla rabbia provata, alla delusione insidiatasi nel cervello, a rimanerci per sempre. Rivedo i soldi, lo spacciatore che si definisce amico, la corsa in macchina fino a casa, la telefonata a Giulia e le lunghe righe bianche che appaiono e scompaiono come per magia.  Magia bianca… magia nera.  Rivedo quella busta rosa, dalla quale è saltata fuori la fotografia aggredendomi come una serpe velenosa dai denti aguzzi, precisi e assassini. Rivedo il preciso istante in cui i miei occhi si sono spalancati di fronte a quell’immagine e il mio cuore ha sobbalzato per la prima volta con tale decisione e forza da togliermi il fiato. Rivedo il testo di quella canzone straziante, come fosse scritto indelebile sulle mie pupille, per sempre    è quasi dolce sai, poter gridare che nessuno al mondo mai ti odierà più di me”.
Gocce salate e fastidiose scorrono lente, quasi fluide, dall’attaccatura dei capelli, giù, fino alle labbra, che ne assaporano il gusto tremando e bruciando perché il filtro della sigaretta ormai finita, è rimasto attaccato ad una bocca secca e insensibile; il fumo che sale ora e che rapidamente cambia colore una volta entrato nella sfera visiva delle mie iridi agonizzanti, avrebbe un odore forte e pesantemente sgradevole, se solo le mie narici non fossero completamente anestetizzate, infiammate e insanguinate Fuoco e fiamme tesoro… fuoco e…
Fiamme lente e serpentine, colori distorti a velocità ridotta, arti bradiposi, pensieri macchinosi e allucinati, fumo denso e droga pesante che si muovono a fatica, all’interno del mio corpo. Lento. Lento.
Il mio cuore sta impazzendo; batte ad una velocità indescrivibile, insostenibile, pericolosa. Ogni battito è un respiro affannoso; ogni respiro faticato è una spruzzata di sudore tossico, velenoso. Sento la giugulare pulsare forte e rapida sotto la pelle, giocando a mosca cieca con l’ansia, che corre, cercando di fottermi, di uccidermi. Il veleno scivola senza freni nel sangue sporco in me, come un kayak che pagaia svelto lungo il fiume, pieno di altri suoi simili, mischiandosi tra loro, nuotando con loro, vivendo con loro. Causa e conseguenza insieme, dello stesso loro vagare assieme.
E l’ansia aumenta e la paura decolla e la pioggia di sudore si trasforma in cascate del Niagara e il motore del mio treno, cuore rapido e spavaldo, sforza e fuma senza legna e grida e ruggisce e soffre. Poi rallenta. Quasi si ferma. Senza forza, né pressione. Poi di botto si riprende e cavalca, cavalca, cavalca quasi fino a raggiungere Furia, nel vecchio e lontano West.
Non riesco a respirare e il petto mi fa male; ogni terminazione nervosa trema in un impeto di totale perdita di controllo; brividi di ghiaccio assalgono la mia pelle disidratata, i miei muscoli ormai innocui, le mie vene inquinate, le mie ossa adesso fragili.
Sento chiaramente che non posso più muovermi; sento che se lo facessi… che quando lo faccio il cuore salta e rimbalza violento, come un elastico che, legato alla vita di un ragazzino, si tende quasi fino a spezzarsi dopo il salto, per poi tornare rapido all’estremo opposto, ripiegandosi su sé stesso, facendomi male e dandomi la bruttissima sensazione che presto, molto presto, quell’elastico si spezzerà nel momento di massima estensione, proprio nel centro, lasciando che il ragazzo si sfracelli senza scampo sull’asfalto duro e sporco e puzzolente di chissà quale piazza, in chissà quale città di questo maledetto mondo.
Ho paura. Ho tremendamente paura.
Il panico ripercorre frenetico i sentieri del mio cervello annebbiato e ciò che è peggio, è che non posso sfogarlo in alcun modo. Non posso muovermi. Fa troppo male. E finalmente il pensiero arriva; tremendo e micidiale, come il proiettile di un cecchino appostato sul tetto; mi trafigge; mi annienta.    Morirò.  
Ma ciò che più mi fa paura è il dolore che troverò nella morte.
Cerco di restare immobile come sono, ma un istinto quasi suicida mi spinge verso il tavolo, verso la fotografia, verso di lei. Ancora una volta.
Una voce malata e distorta mi sussurra che andrà tutto bene, che non soffrirò più, non più  parola d’onore…amico.  Ciò che devo fare è solo affrontare la realtà, abbracciarla, guardarla dritta in faccia con temeraria sicurezza e vincerla. Vincere.
Le mie mani, ieri così forti e sicure, cercano ora il conforto dei braccioli per trovare la spinta giusta, la forza di farmi alzare per gettarmi in quelle braccia; tutto il corpo trema in preda alle convulsioni, ma ce la faccio. Le vertigini mi aggrediscono senza perder tempo, la testa gira improvvisamente in maniera disastrosa e una fitta al petto mi stravolge, chiudendomi la gola. I piedi volano via insieme alle ginocchia; tutto si fa nero e il sonno arriva devastante; la mia faccia si spiaccica sul tavolo basso e sui residui di cocaina, con un tonfo sordo e sinistro. Un raggio di luce timido e indeciso, si fa strada tra la polvere, senza pretese e si posa sulla fotografia, evidenziandone i colori e le ombre, i visi e le loro espressioni, il letto e i due corpi nudi, le mani di lei e quelle di lui; ma soprattutto, sembra voler sottolineare il piacere di lei.   Il piacere, il piacere, il piacere.
Con gli occhi spalancati e vitrei fisso quell’immagine, causa di tutto questo, senza ormai provare più nulla, senza più emozioni, solo con la bava alla bocca e il cuore che lentamente si spegne, si annerisce, si ferma.                Giulia, così mi uccidi.
Il mio sguardo è fisso su di lei, ora   ti amo…
Il suo sguardo, su qualcun altro   ………
E il piacere che prova, con le unghie conficcate in una schiena che non è la mia, quel piacere che da sempre dedicava solo a me, e che ora non c’è più, mi sta uccidendo lentamente. Non c’è più. Lei, non c’è più. Noi … non c’è più.
          mi hai ucciso.
Occhi fissi, spenti; polmoni fermi, immobili; sangue freddo, sporco. Cuore spezzato, morto.

“è quasi dolce sai…nessuno al mondo mai.. più di me”.

giovedì 3 marzo 2011

Cuore in gola



E' il sapore del ricordo che riempie la mia bocca, la mia lingua, la mia gola.
E' di un gusto troppo amaro perché possa io apprezzarlo.
E' di un gusto troppo amaro perché possa io ingoiarlo.
Senza olfatto non c'è estro e allora taglio; rompo; disfo; distruggo; anniento.
Cavità nasali zuppe di sangue e di dolcezza; sapidità schifosa che disgusta.
Odioso lezzo di linfa vitale che invade i miei appetiti, i miei gusti e i miei profumi.
Chiudo gli occhi e nel silenzio lascio scorrere il mio mare;
dentro e fuori; in me in te; al passato nel presente; dello zucchero nel sale.
Nel buio sgorgano.
Sangue e lacrime; dolce e salato; rabbia e gioia.
Non riesco e son testardo;
sorseggio la mia essenza, la mia vita, la mia collera e ingoio a fiotti, divoro tutto e accetto la sconfitta.
Il mio dolore; il tuo dolore; il tuo sapore... il tuo ricordo.
Perché non posso. Non posso sputare e dimenticare.
Non posso amare e insieme odiare.

E' il sapore del ricordo che mi riempie e mi tormenta e mi sazia e mi soddisfa.

martedì 1 marzo 2011

Profumo di donna

Frugando tra i cassetti ho trovato queste righe, mi hanno fatto pensare al tango, quello argentino, quello ballato sui venti, quello sudato con passione, posseduto con ardore.

Video: Dani C'è
Foto: Google Images
Musica: Por una cabeza(taglio)di Carlos Gardel (Scent of woman)





E mi ritrovo così, cullato tra le lenzuola, dove il tuo odore è ancora forte, il tuo sapore ancora caldo; 
dove il suono dei tuoi ancora  
mi riempie…                                                      
ancora e ancora e ancora.

E mi ritrovo così, estasiato, tra ricordi provocanti, tra le curve del tuo seno; tra capelli lunghi e mossi al vento della passione;
tra sospiri e sguardi e piaceri e giramenti; tra gambe tremanti e schiene inarcate e lingue bagnate e mani eccitate;        
                                       
E mi ritrovo così, perso, in un istante, in un ciglio, in una goccia, 
in un fiato.                                               
Perso, nel profondo di due occhi, nel riflesso di uno specchio;
nudi.
Appagati.                                                                                                

E mi ritrovo così, innamorato, trafitto da un tuo sguardo, trafitto dal tuo mare, trafitto dal tuo orgasmo.

E mi ritrovo così, innamorato… trafitto e innamorato, svenuto e innamorato, sognante e innamorato,
Testardo
e
innamorato.


                                                                                          

domenica 27 febbraio 2011

Danza di Me

Questo nasce dalla folle  mente di Lei, Lei, la protagonista del mio romanzo!!
Nasce dalla rabbia, cresce nella disperazione. Lei. 

La pazza disse... amor(t)e.

                                                         
Letto di morte cammina con me, trascina il mio respiro, ascolta il mio respiro, respira il mio respiro.
Un giorno, credo, avrò il coraggio, un giorno abbraccerò una morte e poi un’altra e un’altra ancora; spezzerò le voci, fermerò il cuore della gente, brucerò le sporche ali degli angeli, spazzerò ogni speranza.
Solo odio e niente amore.

Letto di morte vicino a me, ingannerò Dio in persona giocando a risiko con Satana, il Diavolo, la Bestia, il corpo in anima d’Essere Dio in Me_
Coi dannati la mia danza è più sincera, più aggraziata e più virile.
Voglio mostrar la morte agli eterni, agli angeli e ai benedetti, voglio mostrargli la verità; la mia mente è acuta stasera: guarderò il tuo sangue scorrere denso sulle mie dita affaticate e soddisfatte.
Guarderò il sangue scorrere denso al di là della Tua Vita.
Carnefice testardo, imbratto i muri col tuo rosso Essere.
Godrò di ogni tempo e di ogni battito_ godrò di quell’attimo fulmineo, quell’istante della morte in cui avrò in mano il tuo ultimo respiro.

Letto di morte danza con me, mostra la tua arte sanguinosa e sensuale, mostra la tua faccia.
Letto di morte danza in Me_Danza.

venerdì 25 febbraio 2011

Il mio Canyon

Esercizio corso di scrittura creativa, l'ennesimo. Remake del racconto di una compagna di banco. La sua storia..dal mio punto di vista.



                                                     Il mio Canyon

Sono immobile e sto in silenzio; la bocca si è aperta e non vuole più chiudersi; le ciglia cercano di non congiungersi più le une alle altre, per non perdersi nemmeno un secondo di questo spettacolo. Sento la mano sudata di mio marito stringere la mia, sempre più forte. Fino a un attimo fa camminavamo tra gli alberi seguendo un sentiero che ha poco di straordinario, immaginando come sarebbe stato il famoso Canyon e mi chiedevo cosa avrei provato una volta arrivata, dopo questa salita; ma ora, qui, davanti a questo immenso vuoto pieno di colori e odori e riflessi, il silenzio ruba la scena all’immaginazione, lasciandomi sulla pelle uno strato ruvido di brividi e in bocca il nulla; non un suono, non una parola. Davanti a noi le rocce si colorano di arancione sotto il respiro di un tramonto che toglie il fiato; dietro, gli alberi restano immobili a fissarci, me li immagino sorridere un po’ commossi; a parte noi, nessuno in questo momento sta osservando il Canyon, siamo soli.
Scende la sera e decidiamo di rituffarci nella magia del Canyon, per godere di un differente punto di vista. Le aspettative non ci tradiscono, lo scenario lascia a bocca aperta, ancora. Tutte quelle stelle lassù, così luminose, così numerose, così meravigliose. Questa volta riesco a dire una sola parola: wow! Chi mi aveva detto di non perdere tempo, di correre a vedere il Canyon appena arrivati, non sbagliava, mi ha dato forse il miglior consiglio mai avuto.
Guardo questo panorama buio e incantevole, illuminato solo da una coperta di stelle, osservo mio marito perso con lo sguardo in tanta bellezza e mi chiedo: cosa cambia tra questi momenti e gli attimi prima del matrimonio? L’adrenalina che corre dentro di me, la paura dell’ignoto davanti a qualcosa di così immenso eppure così sconosciuto, la gioia incontenibile nel sentire, nel sapere che davanti a tanta grandezza, non sono sola; le domande che affollano la mia testa sono le stesse: cosa ci sarà dopo questa salita? Come sarà dopo?
La risposta è qui davanti a me ed è semplicissima, come mai nessuna risposta è stata. Sarà diverso e sarà uguale, sarà facile e difficile, sarà giorno e sarà notte, sarà cemento e sarà natura. Sarà quel che sarà. Ho paura sì, è vero, ma qui, davanti a tutto questo, la paura non è altro che un sassolino dentro un canyon. Il mio canyon.

mercoledì 23 febbraio 2011

In una pagina vuota

Esperimento numero..ho perso il conto..forse 4.
Il video fai da te è quello che è..perciò..si accettano sempre buoni consigli!! e buoni conigli!! ;)
Nato da un momento di totale assenza d'ispirazione, il classico blocco dello scrittore. Che fare quando non si riesce a scrivere? Forse la soluzione più ovvia, e per questo più nascosta, è proprio scrivere del fatto che non si riesce a scrivere!
Questo è il risultato.

Video: Dani c'è
Audio: Chopin- notturno in mi bemolle maggiore op.9 n°2(taglio)




                           In una pagina vuota       

Fisso questo foglio bianco come se fosse la cosa più bella che sia mai stata vista. Ne osservo il colore opaco, la consistenza, l’inchiostro orizzontale distribuito uniformemente e la mia ombra, maestosa, sotto questa luce accecante.
Son qui da non so quanto tempo e medito; ho una voglia matta di scrivere, di lasciarmi andare, di imprimere la mia impronta sulla carta, di versare la mia linfa, di gridare la mia storia.
Quante volte ho guardato una pagina bianca e l’ho vista trasformarsi in un racconto, in romanzo, in poesia; era sufficiente lasciarsi andare… il foglio si riempiva di bellissime parole; parole d’amore, di sesso, di passione, ma non solo: si esprimevano sentimenti di ogni sorta e situazioni di ogni genere, spaziando tra odio, violenza, affetto, amicizia, ricordi, rimorsi e rimpianti. Tutto insieme… era magia.
Ma non oggi.
C’è tristezza in questa stanza, oggi. Solitudine. Depressione. Malattia.
Vorrei arrabbiarmi e dare sfogo ad un sentimento che non mi si addice, ad un comportamento che non è da me. Vorrei far scivolare l’inchiostro con rapida naturalezza, come ho sempre fatto.
Vorrei un titolo. Una storia. Un finale. Un giudizio; perché no? Magari… il suo. Amo il suo giudizio, sempre; così preciso e determinato, così semplice, così amaro e così dolce. Così vero.
Vorrei. Vorrei. Vorrei.
Ma non posso. Non ho potere. Alcun potere. La sua mente oggi è affranta, annebbiata. La sua mano inoperante, trema stanca dinnanzi al bianco di un quaderno. Depressa. Ed io… io… il mio inchiostro nero, voglioso di restare impresso per sempre, impaziente di esprimersi, con arte, di raccontare, di spaziare e volare libero, resta in me; chiuso; serrato; fermo; depresso.
Vorrei parlare e dargli forza; ma da sola… nulla posso. Soltanto lui mi può salvare, con il suo speciale tocco.
E aspetto. Aspetto che lui mi impugni un’altra volta, per scrivere le sue storie, per marchiare questo foglio, per inventarsi una magia.
Ancora una volta; felice di essere usata.   


martedì 22 febbraio 2011

pagina 87


Biografia (...)
..e ho preso questa decisione perché credevo fosse quella giusta, per me, per tutto me stesso. Lo credo tutt’ora nonostante la tragica sconfitta e la conseguente delusione. Il problema non è smettere; smettere di per sé è anche facile, se fatto nel modo giusto; no, il problema è proprio non smettere, fare finta di niente e continuare a farsi del male consciamente sapendo che non c’è nulla, nulla di buono nel veleno. Ma il problema in realtà, il vero problema è cominciare e non importa l’età a cui si inizia, non importa a quale pagina della propria biografia si da il via a questo meccanismo di autodistruzione, il male sta in quel primo attimo, in quel primo pensiero, in quella prima boccata di merda.
Un vero fallimento. Metà della mia esistenza a rincorrere un veleno che da dietro una porta di guarda, ti osserva, ti ammalia e ti distrugge, lentamente, non ha fretta lui, no.
Ci saranno ancora molte altre pagine da scrivere è vero, ma questa, la mia decisione più importante, questa è la soluzione. Perché nel percorso, in questi quattordici anni, di segnali ce ne sono stati! Una maledetta infinità; e che fine hanno fatto? Da dietro una porta sono stati guardati, ma non osservati, sono stati sentiti, ma non ascoltati; sin dall’inizio. A volte non siamo in grado di vedere il male nonostante sia fermo a braccia conserte sotto un lampione, nonostante l’abbiamo già visto entrare in casa nostra e litigare con mamma e papà, nonostante abbia una maglia con scritto io sono il male. Tutto questo non può che riportarmi alla mente quel giorno di quattordici anni fa, a metà vita, quando ho fatto la mia scelta; quando ho sbagliato, per la prima volta. Era il 1996; era estate e al Festivalbar suonavano canzoni meravigliose. Come tutti gli anni le vacanze passavano in Valle d’Aosta tra passeggiate in montagna e stambecchi e marmotte e fiori stupefacenti e campi da tennis e piscina e videogames. Il più bello in assoluto era Street Fighter ed io e mio cugino Luca potevamo stare a giocare per ore ed ore pestando a morte dei combattenti valorosi pieni di poteri magici e colpi pirotecnici da k.o.; saremmo riusciti a finirlo se solo i cinquecento lire da metterci dentro non andassero via come il pane; avremmo dovuto rubarli dalle docce del campeggio per poter arrivare al mostro finale; l’abbiamo fatto poi, ma questo sta su un’altra pagina.
Ad agosto in valle si sta da Dio, non si annaspa come a Milano, ma si sguazzava comunque felicemente in piscina; e poi c’era Tamara e il suo fischietto giallo e il suo costumino rosso alla Baywatch. Imperdibile! La sera fa freddo e si stava al bar a giocare a sette e mezzo o a raccontare barzellette. Era bello.eravamo ragazzini. Ma una sera le cose sono andate diversamente; mio cugino è venuto da me dicendomi che aveva una sorpresa. Sapevo bene di cosa si trattasse, l’avevo sperimentata già quel pomeriggio, un po’ di fretta e anche se non mi era piaciuta poi così tanto, ero felice di rifarlo. Non sapevo perché. Oggi lo so.
Ricordo che pioveva, non poco. Abbiamo salutato gli altri con una scusa super ingegnosa e ci siamo incamminati verso la zona sud del campeggio, con calma per non attirare l’attenzione. Niente ombrello, roba da sfigati. Mi sentivo una specie di ladro supereroe in calzamaglia verde e l’arco sulla spalla. La discesa era piuttosto lunga e ripida, con la pioggia incalzante diventava scivolosa e ci voleva davvero poco a fare una figuraccia. Per mia fortuna solo mio cugino mi ha visto ruzzolare come una palla di fieno fino a schiantarmi contro una roulotte, graffiandomi il viso, i gomiti e ovviamente le ginocchia. Rideva lui. Lo ricordo come fosse ieri. Poi siamo arrivati al cancello; wow, era alto due volte me. Arrivavo a metà in punta di piedi e con le mani alzate. Ok, si va. Saltiamo, la felpa si incastra nelle inferriate strappandosi di netto sotto il braccio, io scendo, attratto dalla gravità e lei rimane incatenata e dilaniata sulle punte del cancello. Il freddo era devastante ma come si dice, lo spettacolo deve continuare. Dopo pochi passi il buio era diventato come il mare profondo e non vedevamo assolutamente dove mettere i piedi; le calze dentro le scarpe erano ormai zuppe e i girini crescevano nelle mie Air Max prendendosi gioco di me. Non saranno certo due gocce a fermarmi. Ma un ramo in faccia, quello sì, ti può fermare e può anche farti male. Gli occhiali nuovi sono caduti sul fango e se non fosse stato per Luca e il suo quarantacinque di piede non li avrei mai ritrovati; il rumore è stato piuttosto inquietante: crack. Miope, sotto il diluvio, congelato e graffiato. Dai che manca poco, dobbiamo solo superare i cani. Ma dove cazzo le hai nascoste? Ho freddo! E lui rideva. Di gusto. Ricordo l’odore fresco delle foglie bagnate che sbattevano sulla mia faccia, facendomi bruciare le ferite di guerra. Sentivo i cani abbaiare poco dietro la stalla che si faceva sempre più vicina. Il recinto arrugginito che la delimitava aveva un buco, sotto, in basso, dove i vermi ballano coi lombrichi e le lumache sbavano felici, imitando Pollicino. Ci siamo sdraiati e abbiamo strisciato come i marines; il fango in bocca puzzava di mucca, o forse di capra. Ero diventato ufficialmente un tronco alla deriva in un fiume, grondante e puzzolente e con una voglia di vomitare quel fantastico cheesburger e ci metto su anche le patatine fritte di ieri. I cani per fortuna facevano paura ma la catena era ben ancorata a terra, almeno speravo; in realtà una bella corsetta di salute sotto il diluvio e con la strizza che rimbalza tra cuore e polmoni, ci ha impedito di scoprirlo! Una bella mossa! Peccato quel copertone abbandonato in mezzo al nulla. Peccato quel fango freddo e puzzolente in faccia. Peccato. Di nuovo.
No mamma tranquilla sto bene, ho solo avuto un piccolo inconveniente, nulla di che, no non ti preoccupare, lavo tutto da solo, o forse, che ne dici, butto via tutto?. Già vedevo i suoi occhi assassini. Già sentivo lo zoccolo sulle chiappe. Già mi scendevano le prime lacrimucce. Ma eravamo arrivati. Sotto un cartone, dentro un piccolo capanno, lì stavano e ci aspettavano. Dai dai dai che non vedo l’ora dammene una! Il primi dieci fiammiferi erano fradici ma l’undicesimo, ci ha salvati. Ci ha resi uomini! La prima boccata faceva davvero schifo, la seconda anche, forse la terza era meglio, di sicuro l’ultima mi ha fatto venire voglia di accenderne un’altra. Non ricordo di preciso, ma credo che in un’ora ne avremo fumate almeno cinque. Il ritorno a casa è andato meglio. Siamo usciti dalla boscaglia per raggiungere la strada. Basta fango. Basta. Abbiamo allungato di almeno un’ora e mezza, ma ne è valsa la pena, o no?! Quel giorno la mia vita è cambiata. Senza dubbio. Un passo importante quello di allora. Non posso vivere senza il ricordo perché altrimenti non saprei da dove prendere spunto per crescere e non saprei imparare, riconoscere quell’uomo con quella scritta sulla maglia, che è divenatato amico di famiglia. Un fallimento, sì, ma c’è una novità. Ho trovato un libro, s’intitola ‘É facile smettere di fumare se sai come farlo’. Dicono funzioni. Domani lo leggo. Domani però. Ho ancora quattordici sigarette nel pacchetto. 

domenica 20 febbraio 2011

Il tocco


                     
Ho le mani fredde, le tengo immobili dentro le tasche per cercare di scaldarle; la sigaretta fa tutto da sola incastrata tra le mie labbra; i denti battono rapidi ma silenziosi cercando di macinarsi a vicenda come fosse una corsa all’ultimo sopravvissuto. Osservo al di là della strada, oltre la vetrina di un bar dal nome buffo, che mi ricorda quand’ero ragazzino e ascoltavo i Nirvana; Molly’s lips, bacia, bacia le labbra morbide di Molly, il sole splende in questa stanza quando giochiamo, l’oscurità mi avvolge quando te ne vai. Sono attratto da quel nome, sono attratto da quel locale, da quel bancone, da quei caffè, ma non posso entrare; il mio compito è restare qui, ad osservare, almeno per ora. Sto cercando una persona, sto cercando un uomo, un uomo cattivo. Devo stanarlo e portarlo allo scoperto. Mi serve vivo.
Il freddo è devastante, la sigaretta finita mi sta bruciando le labbra ed è davvero doloroso ma non trovo la forza di tirar fuori le mani; cerco di sputarla, di farla cadere, attratta dalla gravità; mi sento ridicolo; un signore dai lunghi capelli biondi mi passa davanti guardandomi con aria stranita, forse divertito da questa scenetta raccapricciante: un poco più che ragazzino fermo davanti ad un tabaccaio chiuso, alle sette di mattina con le mani in tasca e la testa bassa che, pieno di tremori, tenta invano di far staccare un filtro ormai saldamente attaccato, perfettamente consapevole che non funzionerà. Il fumo mi si insinua beffardo negli occhi facendomeli lacrimare; gocce salate che subito si congelano agli angoli come un minuscolo ruscello di montagna che spera di arrivare a valle e lotta, lotta ma prima che possa immaginarlo si ritrova immobile su un sentiero che non può più essere percorso né in una direzione né nell’altra. Provo ad afferrarla coi denti e questo tentativo mi porta ad alzare la testa di nuovo verso il Molly’s Lips; mi sembra di guardare attraverso un vetro su cui si sta scagliando una tempesta di pioggia e di polvere portata dal vento; le persone sono sbiadite e i profili sdoppiati; finalmente il mio cervello lancia il giusto imput al braccio e le dita sfuggono fuori dal taschino dei jeans e aggrediscono quel mozzicone puzzolente, schiacchiandolo come un grissino e gettandolo in mezzo alla strada; un tizio col cappellino dei Red Sox sta entrando nel bar, vestito tutto di nero con una valigetta in mano e uno zaino sulle spalle; si ferma sull’uscio un attimo, si guarda intorno, destra, sinistra, avanti e poi si muove; si siede su uno sgabello davanti al bancone e fa un cenno al barista. È lui. È il mio uomo. L’ho trovato. La soffiata era esatta, precisa, almeno su posto e ora; adesso devo capire se ha davvero ciò che voglio. Le opzioni sono due: la prima, entrare nel locale, ora, avvicinarlo e scambiare due chiacchiere, gettare un amo e vedere se abbocca; la seconda, seguirlo, vedere dove va cosa fa con chi parla e capire se davvero è lui l’uomo che cerco.
Troppo tardi, si è alzato e sta pagando il suo caffè; esce; dove va? Lo seguo.
M’incammino verso di lui, attraverso la strada semivuota e raggiungo l’altro marciapiede; lo osservo camminare con passo svelto, come se stesse sulle spine, come se avesse fretta; con le mani di nuovo in tasca procedo passo dopo passo seguendo la scia immaginaria del mio bottino che se ne va. Cerco di restare mimetizzato e nascosto dietro ai corpi mezzi addormentati che mi procedono contro, ma così rischio di perderlo; non posso permettermelo. Devo concludere oggi; domani sarebbe ormai tardi, troppo tardi. La soffiata diceva chiaramente che lo scambio avverrà questa mattina, la fonte è sicura, quindi non mi resta molto tempo. Affretto il passo sentendo i muscoli scaldarsi molto lentamente e una specie di formicolio si fa strada rapido sulle cosce, sotto il cotone dei miei Levi’s, come spilli dalla punta rovente; il cuore prende il ritmo di un brano di Eminem saltando di qua e di là dentro la cassa toracica; i polmoni cercano una spinta in più per poter sostenere lo sforzo che a cinque gradi sotto zero diventa insostenibile; gli occhi non sbattono nemmeno più, restano fissi sull’obiettivo come una macchina da presa cinematografica rimane immobile sul primo piano del protagonista. Col fiato che diventa sempre più corto vedo il soggetto svoltare rapido a destra inoltrandosi in un vicolo stretto e buio, diretto chissà dove; corro, è il momento, non devo perderlo. Ma quando giro l’angolo non lo vedo, semplicemente sparito, nel nulla, apparentemente. Mi giro e mi rigiro, le braccia mi sbattono sui fianchi in un vortice di freddo; gli occhi sono ora diventati due leoni che corrono alla ricerca di una preda nascosta nel buio della foresta. Niente; vuoto.
Sconfitto e amareggiato resto lì, immobile, stupido e stupito; com’è potuto succedere? Dove diavolo si è andato a nascondere quel maledetto? Un rumore alle mie spalle mi coglie di sorpresa, un suono strano come di un barattolo di latta che cade e rotola dietro di me. Mi giro. La canna di un revolver mi fissa come se mi conoscesse da sempre, impugnata da una mano nescosta dentro ad un guanto di pelle nera; il pollice si muove scaltro e il rumore tipico del tamburo che viene caricato è inquietante, molto simile a quello che si sente nei film, ma sostanzialmente diverso; è qui; È nei miei timpani e nel mio cervello. Lo sguardo che sta dietro quella mano sembra diabolico e allo stesso tempo rassicurante, come se nulla folle importante perché tanto nulla importerà più, non dopo che quel grilletto avrà cantato la sua personalissima melodia omicida; non dopo che il mondo si sarà fermato nel frastuono di un colpo di pistola. I suoi occhi sono scuri come il nulla e le narici non si muovono di un millimetro; nessuna paura sembra vivere su quel volto. Lo guardo in silenzio ma con la bocca spalancata, senza riuscire a dire nulla, nemmeno un fiato. Il cuore, il mio povero cuore tenero come una fetta di cheesecake, si ferma, per un attimo, e resta a guardare quella canna nera fissa su di me, poi riprende il suo cammino, la sua corsa, che diventa subito una cavalcata incotrollabile di uno stallone inferocito intrappolato in un recinto troppo piccolo per poterlo contenere. La sua testa fa un piccolo movimento verso destra, come se stesse cercando di ascoltare un rumore in lontananza, le palpebre si distaccano leggermente come a dire dai, credevi davvero di soprendermi alle spalle piccolo principiante? Le labbra si socchiudono appena, sento un respiro abbandonare la sua bocca, sa di caffè e di tabacco. Il dito indice fa un lavoro minimo, insignificante e la canna si illumina di una luce rossa come il fuoco e come il sangue; il colpo arriva istantaneo su di me, sulla mia fronte, tra i miei occhi. Sento una forte spinta che mi sposta all’indietro, le gambe cedono, la testa s’inclina verso il cielo e cado.
Il calore sulla fronte è insopportabile ed in pieno contrasto col freddo del cemento sulla schiena; la pioggia cade rumorosa sulla mia faccia rossa portandomi direttamente in bocca un liquido rosso che puzza e pizzica e appiccica; in lontananza una signora dal cappotto giallo corre verso la fermata dell’autobus, un bambino saltella sotto un ombrello viola, un cane alza una zampa lasciando le altre tre immobili sul prato verde, con aria beata. Io respiro, semplicemente.
“Toccato”.
La sua voce è calma; il suo viso impassibile, ma soddisfatto.
“Dove ho sbagliato?” chiedo inquieto alle nuvole mentre la sua mano si allunga verso di me, come un pilastro, un punto fermo. Oggi c’è, ieri c’era e so che anche domani sarà lì ad aspettarmi.
“Sei ancora troppo prevedibile amico mio“, mi alza e mi abbraccia.
“Domani il cattivo lo fai tu, così ti insegno come seminare un poliziotto!“. Il suo orgoglio è enorme nel pronunciare queste parole.
“Va bene, ma sono certo che domani vincerò io! A proposito, che diavolo hai messo in quella pistola? Ketchup?“.
“Ketchup, sì, con un po’ di curry e tre gocce di olio tartufato“.
“Dai, così non vale! Maledetto! La prossima volta ti stendo con un soffritto di cipolla e aglio!“. Sorrido, lo guardo dritto negli occhi e penso a cosa farei se non ci fosse lui.
“Andiamo và, sta per suonare la campanella e siamo già in ritardo. Sei pronto per il test di matematica?”. I vestiti bagnati, il viso rosso e molestato.
“Certo, e tu?“. Sorride.
“Ovvio!“.

venerdì 18 febbraio 2011

Incondizionato e reciproco


Sono le otto. La cena è quasi pronta. Squilla il citofono.
“Sono arrivati”, dice papà.
Sono così felice quando sento quel suono: arriva quasi sempre qualcuno subito dopo a salutarmi. Ma a volte invece ne resto deluso; magari suona, qualcuno risponde e non succede nient’altro.
Ma oggi sì. Oggi arrivano gli zii e i cugini. Mi metto davanti alla porta. Aspetto. Ho troppa voglia di salutarli e di saltargli addosso e di baciarli e di annusarli e di toccarli. Fremo.
Toc toc.
Eccoli eccoli eccoli!
Papà apre la porta lentamente ed io mi intrufolo nell’unico spazio libero che mi lascia impedendo quasi anche al freddo di entrare. Saluto lo zio, la zia, il cugino e la cuginetta. Li scavalco tutti uno dopo l’altro fino all’ultimo, sovrastandoli completamente e poi torno al primo e lo saluto di nuovo e poi ancora il terzo e di nuovo il secondo senza tralasciare l’ennesimo saluto al quarto. Voglio subito tutta la loro attenzione. Amo la loro attenzione. Che profumi hanno. Che odore. Mi inebria. Per questo li adoro. I miei zii e cugini preferiti.
Si tolgono le giacche e papà le mette in camera da letto ed io resto solo con la famiglia.
“Ehi tu! Auguri signorina!!”, dice mio zio alla mamma.
“Ciao bellissimoooo”, dice la cuginetta a me.
“Vieni qui, fatti abbracciare, voglio stringerti forte. Mi sei mancato sai? Eh? Lo sai? Ma si che lo sai certo piccolo mostro”, mi scompiglia tutto ogni volta che mi abbraccia. La adoro. E sì, mi è mancata anche lei. Moltissimo. Amo quando mi chiama piccolo mostro. Amo.
“Ah, ma quale signorina e signorina; ormai cado a pezzi giorno dopo giorno, ma sono ancora qui e sai bene che non ho intenzione di andarmene; nossignore!”; la mamma ha sessantasette anni e dice di portarseli male, ma io credo che si sbagli. Io penso che lei sia una delle signore anziane più giovanili che conosco! Ma forse sono un po’ di parte. Ha tutta una serie di acciacchi poverina, mi fa tanta tenerezza, ma io ne faccio tanta a lei, quindi siamo pari. Non mi vergogno mai di esprimere ciò che provo, è la mia natura, anche se lo faccio più fisicamente che verbalmente, non reprimo mai; se c’è da arrabbiarsi tiro fuori i denti, se c’è da gioire salto come un mandrillo e se sono triste mi metto in un angolo da solo e me ne sto buono buono in silenzio.
Vedo lo zio abbracciare la mamma e non posso fare a meno di staccarmi dalle coccole della cugina e unirmi a loro. Amo gli abbracci di gruppo anche se non mi vengono benissimo; riesco sempre a restarne leggermente tagliato fuori. Ma me li godo lo stesso e mi godo questo, ora. Quanto calore. Quanta gioia.
Terminate le effusioni d’amore è ora di mangiare. Il menù è melodia pura. Tagliatelle al forno con tanta mozzarella filante accostate ad un buon Cabernet d’annata; di secondo la mamma ha preparato pollo al sugo, ma non un pollo al sugo qualsiasi, no! Il suo pollo al sugo! È strepitoso! Solo gli odori che echeggiano nell’aria mi fanno inondare la bocca di saliva e vorrei subito saltare sul piatto e sbranarmi tutto in un boccone per poi ricominciare d’accapo senza tregua. Vorrei chiudermi il buco nello stomaco voracemente e poi gustarmi ogni sapore e ogni delizia che le sue mani sono in grado di creare. Ma non posso. Non posso mangiare queste cose, queste prelibatezze; mi fanno male. Devo seguire una dieta particolare studiata apposta per il mio povero stomaco ribelle. Solo ogni tanto ho l’onore di mangiarle. E credo proprio che stasera sia la sera giusta! Non vedo l’ora!!
La cena prosegue magnificamente con risate racconti aneddoti forchettate bicchieri di vino e di Coca Cola; io ho già finito di mangiare e osservo; amo, adoro osservare; tutto, compreso i dettagli. Ad esempio mi piace vedere come mamma alzi gli occhi al soffitto ogni volta che ingoia; un attimo solo, ma lo fa; sembra quasi voler ringraziare il cielo per poter godere di tanto sapore. Papà invece prima di bere un sorso di vino lo annusa da vicino, sempre; chissà a cosa pensa quando lo fa. Lo zio invece, ah lui è un genio: mastica qualcosa come quarantasette volte virgola nove ogni boccone che deve ingoiare! Ma come fa? Io quando ho fame… divoro tutto in un nanosecondo!
È il mio turno. Sì! Meraviglia delle meraviglie vieni a me! Una manciata di tagliatelle. Gnam. Divoro. Un’intera coscia di pollo al sugo! Gnam. Divoro. Grande, grande festa oggi. In un attimo è tutto finito, ma ragazzi, che sensazione, che oblio queste portate.
Dopo la frutta, che non amo alla follia, ma se c’è non la rifiuto di certo, arriva il dolce. Apriti cielo! Torta Sacher. Si può immaginare qualcosa al mondo di più sfizioso? No. Non io. Non c’è nulla che mi faccia lacrimare gli occhi più di una torta di Sacher. La marmellata all’interno è oro colato; il cioccolato poi, santo cielo! Prego che me ne concedano una fettina minuscola; anche solo una leccata di dito! Sarebbe uno dei giorni più belli di tutta la mia vita.
Mangiano, mangiano, mangiano tutti. E la mangiano tutta. Mi avvicino alla mamma, le faccio gli occhi tristi e dolci come quella torta; lei mi vede; mi ama troppo la mamma per restare indifferente a questi miei occhi rossi e gonfi che chiedono pietà e implorano paradiso.
Eccola, la vedo che passa l’indice sul piatto e tira su un po’ di cioccolato. Che carina che sei mamma!! Hai preso persino un angolo di marmellata. Ti amo. Allunga la mano verso di me.
“Goditelo amore mio. Goditelo.”
Oh sì, mamma, questo sì. Apro la bocca; aspetto; ma sono in fermento; sono agitato; emozionato; non capisco più niente, perché aspetta a darmelo? Voglio gustarmelo, adesso!
“Ah ah! Seduto!”. Ma come seduto? Andiamo mamma!!
“Seduto!”, ripete categorica.
Ok. Ok. Seduto.
Appoggio il sedere a terra.
“Piano, fai piano…”, questa volta il tono è dolce, delicato, proprio come il sapore che la mia lingua percepisce appena il suo dito entra in questa mia enorme galleria gustativa.
Buono. Impareggiabile. Sublime.
Una delle serate più belle della mia esistenza.
“Bravo Willy, bravo amore della mamma”. Mi fa una carezza tenera sulla testa, si china, mi da un bacio sul naso e mi stringe forte la testa come a dire… quanto ti voglio bene?!
Poi mi guarda dritto negli occhi, mi porge il palmo della mano e dice:
“Dammi la zampa tesoro; su, dammi la zampa…”. Ha gli occhi più belli che io abbia mai visto e il sorriso più sincero che io possa mai desiderare.
Certo mamma. Te la meriti davvero.
Poggio la zampa sulla sua mano e scodinzolo felice.
“Bravo cagnolino. Bravo.”